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La Frase del Mese

"Cambiare l'Italia? Sì, si può fare." (Walter Veltroni)

giovedì, dicembre 14, 2006

L' Alba del Male

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Ognuno è fabbro della sua sconfitta
Ognuno merita il suo destino
( Francesco De Gregori )
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Sometimes we must go
ways that seems to be wrong
( Tobias Sammet )
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Ero un bel ragazzo, nobile primogenito del conte di Latveria.
La necessità mi volle vece del mio anziano padre già in giovane età, ed io non mi tirai indietro.
Pensavo di poter costruire un regno equo che permettesse a tutti di vivere in pace; per questo amministrai la contea con il massimo giudizio e la più sincera generosità.
Scelsi per moglie una giovinetta del popolo, bellissima e il mio amore per lei ebbe il nome di Otto, mio filgio. Aveva gli occhi verdi e i capelli neri come lo stemma della nostra casata e aveva un sorriso dolce e innocente, come quello di sua madre.
Poi, un giorno, partirono per una visita ai conti di Rochester, in un feudo vicino. Ma non ebbero mai la gioia di ammirare le acque limpide e le antiche foreste di quei luoghi. Sulla strada la loro carrozza fu assalita dai soldati del duca di Connelly. Quella era la sua dichiarazione di guerra, e mi giunse nella forma degli occhi verdi di mio figlio avvolti nello stendardo della mia stirpe.
Come potevano gli uomini essere così crudeli, come poterono infierire su due esseri così indifesi...
In nome poi di cosa?!, del potere!?, della ricchezza!?
Molte cose sono cambiate quella notte, ho scoperto nel sangue dei miei cari che parole come pace ed amore non hanno valore; che l'unica cosa che conta è il potere e che il potere non si amministra, si impone!.
Tutto questo mi fu chiaro dal primo istante, tutto questo fu ciò che lessi negli occhi strappati del mio bambino... che lessi nel mio stendardo grondante di sangue e di... vendetta!.
Piansi come non avevo mai fatto, quella notte. E il suono del mio dolore era così acuto e forte che qualcuno giurò di avermi sentito ridere... ridere, forse.
E non sono mai più risucito a smettere, ridevo mentre guidavo il mio esercito a portare il fuoco fra i campi di Connelly, ridevo mentre i miei picchieri impalavano su travi rozze i suoi sudditi mediocri.
E non potei fare a meno di ridere nemmeno mentre gli spappolavo il cranio sul muro coperto dal suo sigillo e mi prendevo con foga i suoi occhi bastradi, come biglie... regalo per il fantasma del mio bambino.
Quella notte il ducato di Connelly fu bruciato in ogni suo acro e lavato nel sangue dei vinti, perchè questo è ciò che volle il fato, perchè questo era ciò che il destino aveva scelto per loro.
Ora, tutti tremano quando vedono gridare nel vento il mio stenderdo, tutti piangono qundo indossando il mantello verde mi sentono, ridere.
E potete giurarci: nessuno dimenticherà mai più quella notte. Nessuno oserà mai più fissare la mia bandiera senza timore.
Perchè quella notte, con la sua famiglia, anche il conte Victor Von Doom è morto.
Perchè un nuovo sovrano ha preso il suo trono e presto si prenderà tutto il resto, si prenderà... il mondo.
Perchè da quella notte, la gente mi chiama... Destino.

P.S.
questa è la mia visione alternativa dei fatti.
Non tutti impazziscono perchè bramano il potere.
Alcuni impazziscono... perchè la debolezza della giustizia li ha delusi.

Diario di una bambina e del suo papà

Mi chiamo Linda, ho 9 anni.
Sono una bellissima bambina bionda che però, si sente un po’ sola.
La mamma è morta quando ero troppo piccola per ricordarla e il mio papà non c’è quasi mai a casa, lavora sempre, fa … ehm … il … disinfestatore, credo, ecco… sì.
Comunque il mio papà è una persona importante nel suo lavoro, ovunque andiamo tutti lo salutano sempre e tutti lo chiamano signore.
Il mio papà è così bravo nel suo lavoro che i suoi amici lo hanno soprannominato “imperatore” e tutte le volte che passa gli fanno : “Ciao! Imperatore”.
Io penso che sia così perché il mio papà è il migliore nel suo lavoro, è per questo che torna sempre a casa stanco, è per questo che tutti lo invidiano.
A volte mi fa anche preoccupare, rientra tardi, sfinito.
È un papà buono, mi bacia sempre sulla fronte e mi mette a letto prima di andare in cucina a lamentarsi col muro; un po’ mi dispiace.
Qualche tempo fa l’ho sentito che diceva: “non finiscono mai”, “li brucio” , “li strozzo”, “non so neanche più dove metterli quei vermi maledetti”, “sono una maledizione”, “sono infiniti”.
Quanto avrei voluto andare in cucina a dargli un bacio sulla fronte e dirgli che anche se non riesce ad ammazzarli tutti per me resta il papà migliore del mondo. Io lo so che lui è il più speciale di tutti.
Si stanca tanto il mio papà. Per fortuna negli ultimi giorni sta un po’ più con me.
Ci siamo trasferiti in un rifugio sotto terra, perché fuori c’è la guerra e sono arrivati in città i nemici.
Ma io sono contenta, così il mio papà non deve più andare al lavoro e sta sempre con me.
Credo che dopo la guerra farà lo scrittore, negli ultimi tempi scrive tantissimo, non fa altro che scrivere, e quello che scrive deve piacere molto… vengono un sacco di amici di papà per leggere quello scrive.
Papà è sempre più stanco, stanco stanco e preoccupato. Gira in torno per la stanza, tutto il giorno. E scrive. E gira in torno.
Oggi mi ha preso sulle ginocchia e mi ha detto: “sai, amore di babbo, il tuo papà è perseguitato dalle stelle. E forse c’è qualcosa di ironico in tutto questo. Papà ne ha ammazzati una nazione di quelli con la stella”
E io: “bravo papà”
“e ora quelli con le stelle e con le strisce vengono per ammazzare papà”
Io: “ma il mio papà non si fa ammazzare, il mio papà è il più forte di tutti”
“infatti il papà adesso prende questa, la vedi Linda?, è una caramella fatta di polvere di stelle così papà vola da solo sulle stelle e quei cattivi non lo potranno prendere più”
Gli ho detto: “è buona papà, la caramella?”
“ah, si, ecco fatto, buonissima. Se qualcuno arriva qui sotto a cercarmi tu digli che papà è volato sulle stelle.”
Gli ho sorriso: “si, e gli dico, “il mio papà è il migliore del mondo”.”
Poi papà si è addormento.
Dormiva profondamente, fuori facevano un sacco di rumore e ho visto tanti amici di papà che correvano via.
Il mio papà non si svegliava, come doveva essere stanco.
Io avevo tanta paura perché i rumori diventavano sempre più forti così mi sono nascosta in un angolo, mi sono messa le mani sulle orecchie e ho cominciato a cantare forte per non sentire più tutto quel rumore.
Non so quanto tempo è passato, ma alla fine tutto è tornato calmo.
È arrivato un signore in un tutone verde con una bandiera a stelle e strisce cucita sopra e mi ha detto, in tedesco, nella mia lingua:
“povera bimba, dov’è il tuo papà?. Vuoi un po’ di cioccolata?”
Io gli ho risposto:
“papà Adolf è sulle stelle, non sono povera… lui è il papà migliore del mondo, aspetterò che mi porti la cioccolata comprata lassù. Grazie.”

giovedì, dicembre 07, 2006

Tutti i nomi della Guerra

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Uomini, poichè all'ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto, non diventi rantolo il respiro
sappiate che la morte vi sorveglia
gior nei prati o fra i muri di calce
come crescere il grano guarda il villano, finchè non sia maturo
per la falce
( Fabrizio De Andrè )
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La guerra esiste da sempre, è forse il modo più esteticamente appagante con cui l'uomo cerca di distruggersi. E se c'è una cosa che contagia i piccoli uomini più di ogni altra, questa è l'estetica.
La guerra non è un concetto astratto, la guerra esiste, la puoi vedere passeggiare... in certi luoghi di morte. E' muta ed elegante nel suo vestito da violinista; è seriosa e appassionata col capo appoggiato al suo strumento.
Il suo strumento ha un suono ruvido, folle e straziante... e quel suono si chiama: Dolore.
La guerra suona per tutti, per i vincitori e per i vinti; per chi se ne va e per chi resta.
E' una musicista provetta ed è estremante democratica nel distribuire distruzione da entrambe le parti; non manca una nota.
E certi li appassiona.
E certi li strazia.
Il suo strumento si chiama: Pianto e suona più forte di tutto il resto, ha un solo grande compagno, il suono del silenzio... che si lascia dietro.
E lo strumento di quel suono si chiama: Uomo.
E gli uomini che permettono al silenzio di accompagnare la guerra si chiamano: Vergogna.
La guerra è vilgiacca, suona la musica della morte e ammicca.
Gli uomini dovrebbero avere il coraggio di spaccare i denti di quel sorriso scheletrico e cancellare le sue note di dolore con quella sinfonia che giunge da una sola orchestra. Un' orchestra in cui ogni uomo dovrebbe suonare, diretta da un solo grande maestro.
E quel maestro si chiama: Pace.