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Scrivere è la cosa più divertente che si possa fare da soli
( T. Pratchett )
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Mi chiamo Libero, perchè questo è quello che sono.
Per la maggior parte del tempo, bhè... sono un lupo.
Vivevo da sempre nella foresta di Lhoe, oltre le Pianure del Tempo.
Il mio branco è della stirpe di Abacus, un folto manto nero è il nostro araldo.
Il branco è la più geniale invenzione dei lupi: permette a tutti di avere compagnia e protezione...
ma senza vincoli.
In somma, permette a tutti di vivere tranquilli, ma di essere liberi.
La libertà è un valore assoluto e primordiale, inseguita da tutte le specie, ma che trova la sua massima espressione nel poter passeggiare soli, nelle notti d'inverno, sulle acque di un lago ghiacciato, guardando la luna, oltre le nuvole scure.
La libertà è l'espressione della gioia, è tutto, è librtà... e non si riesce a dirlo in un altro modo.
Libertà è la foglia marrone che in autunno lascia la sua casa sull'albero per inseguire il vento.
Libertà è il salmone che risale la corrente per fuggire il mare piatto, per trovare il suo spirito.
Libertà è l'ostinazione del fuoco che incatenato a terra si muta in fumo per tornare a danzare nel cielo.
Eppure, questo idillio, a me, è stato negato. Mi fu strappato nel silenzio di una notta senza luna.
Estirpato ed espunto dal mio corpo, nel sangue.
Dormo poco e male da quella notte; e quando dormo rivivo quell'incubo e prego la veglia che torni a trovarmi e a prendermi.
Mi ero allontanato dal branco inseguendo una lucciola che danzava intermittente tra le quercie senza età della foresta. Corsi a lungo dietro la sua luce, con gli occhi rapiti, col cuore ammirato.
Poi la luce si spense, al limitare delle fronde e dopo tutta quella corsa fui sedotto dall'odore inconfondibile di quelle cene da lupo che non sanno di stare per abbandonare per sempre la loro forma di lepre.
Mi acquattai e strisciai trascinato dietro quell'odore, in estasi, finchè la vidi immobile, spaventata, pietrificata in mezzo alla radura.
Troppo immobile.
Immobile come in quelle storie in cui salta fuori un enorme umano dal buio per portarsi a casa il tuo folto pelo nero.
E quella notte, quella favola, andò maledettamente vicina al vero. Ebbi solo il tempo di percepire un odore diverso, vidi un occhio iniettato di sangue, nel buio, e... il balgiore di una freccia, lanciata nel vento.
Poi il dolore. La vedevo meglio... ora che liberava il sangue dalle mia coscia. Quel mostro enorme mi stava piombando addosso con due pugnali stretti nelle mani. Feci solo in tempo a spezzare la freccia coi denti e a sparire zoppicante nella bruma.
Tutto cambiò da quella notte.
La febbre mi fu compagna per giorni.
e piangevo e deliravo; e deliravo e piangevo.
Rimasi solo nel fresco di un antro di pietra, cercando di vincere il male vivo in quella ferita fin quando le forze non mi abbandonarono e la notte scese sui miei occhi.
Non so quanti giorni dormii, ma so che ormai sono cento i giorni passati lontano dal branco; non posso più tornare da loro. La vergogna sarebbe troppo grande, il pericolo troppo subdolo.
Mi hanno strappato la libertà per sempre vincolandomi con la loro maledizione. Infettandomi con il loro morbo.
Sono condannato a restare solo per sempre; a vedere le mie zampe allungarsi, a vedere il muso schiacciarsi, la coda ritrarsi ed il pelo cadere e diradarsi. Ma non è la loro forma darmi il terrore.
Temo che questa malattia mi trasformi in un mostro folle come loro, temo che mi spinga un giorno ad uccidere un fratello o peggio, temo che mi persuada a trovare una femmina e ad amarla per sempre, temo che mi leghi ai figli e alla casa, temo che dopo avermi ucciso una volta, mi uccida di nuovo... spezzando per sempre,
il mio bisogno di libertà
